Le cinque Isole di Vino da non perdere

L’estate sta finendo, diciamocelo.

Nonostante le temperature ancora alte (almeno qui in Romagna), anche se ancora abbiamo voglia di mare, di mangiare all’aperto, di fare aperitivi infiniti…ecco, l’estate è finita! O almeno questo è ciò mi sono ripetuta tutt’oggi, per auto-convincermi dopo il ritorno in ufficio.

In realtà, tornare fisicamente e mentalmente al lavoro non è stato così male. Rimettersi in riga a volte serve, rivedere i colleghi-amici era necessario. Insomma, il peggio è passato! E per peggio intento le prime 3 ore in mattinata in cui fissi il pc, il ‘contatore’ della casella email continua a salire…e non vedi la fine, senti solo la tua ansia di dare risposte al mondo.

Dicevo, l’estate finisce…e già si pensa alle prossime vacanze, ovviamente. Beh io, nel dubbio, ci sto già pensando.

Isole, relax, spiagge e Isole di vino! Queste sono state le parole d’ordine durante i miei viaggi estivi negli ultimi anni. Vi racconto dove sono stata, soprattutto cosa ho scoperto sul vino delle Isole che ho visitato. E che visiterò, spero!

  1. FORMENTERA

Qui ci ho vissuto, lavorato, faticato, divertita e trascorso una delle esperienze più belle e piena di ricordi della mia vita. Dove l’amore per il vino si è concretizzato e sviluppato, seppure nella totale ignoranza guidata solo dalla passione di scoprire, provare e bere. Per essere precisi, non è nato un amore per i vini dell’Isola in sé, ma io mi occupavo della lista vini del locale in cui lavoravo. Per lo più vini italiani.

Ad ogni modo, a Formentera si coltivano varietà di diverso tipo, ma il vitigno più autoctono è il Monastrell che ben si adatta al terreno arido, minerale e al clima secco e caldo. Ad essere sincera non ho grandi ricordi di vini notevoli bevuti, a base di questo vitigno. Ricordo un uso prevalente di legno, sul frutto spiccato che ricorda quasi un Sangiovese: succoso, frutti rossi, ciliegia. C’è qualcosa che però ricordo bene, bere lo/la hierbas!! Un liquore tipico dell’Isola, a base di piante aromatiche: bevuto fresco con un cubetto di ghiaccio a fine pasto. Una delizia! Per cui, a Formentera bevete pure solo Hierbas che andate bene.

  1. LANZAROTE

La zona del vino si chiama La Geria e merita una visita solo per lo spettacolo che offre: paesaggio lunare, su terreno vulcanico e nero si sviluppano una serie di ‘crateri’ circondati da muretti di pietre che contengono al loro interno le vigne. In questo modo sono protette dal forte vento dell’Isola. Sembra di essere su un altro pianeta, la vista si perde e credo sia un’esperienza che si può avere veramente in pochi posti al mondo.

lazarote1lanzarote 3lanzarote 2La varietà di punta dell’Isola è la Malvasia vulcanica, di cui esiste versione anche fermentata in barrique: un vino corposo, alcolico ma minerale, grazie alle caratteristiche del terreno che si ritrovano nel bicchiere. Io ho visitato una sola cantina, Bodegas Rubicón, di cui ricordo vini rossi molto scarichi e poco piacevoli, ma un grande grandissimo Moscato – o meglio Moscatel de Alejandría: fresco, dolce ma equilibrato, di grande corpo e colore brillante. Piacque anche al mio ragazzo di allora (astemio…), che credo abbia ancora una bottiglia inutilizzata a casa sua – ma questa è un’altra storia!!

  1. SANTORINI

In Grecia ero arrivata molto agguerrita. Nel senso che avevo scelto la meta, ovviamente per le spiagge e il relax, ma anche per andare alla scoperta dell’Assyrtiko, vitigno autoctono di Santorini. Devo dire che l’Isola è magica, davvero. Tramonti mozzafiato, mare incantevole, cibo super…persone cordiali e accoglienti. Ma ripeto, cibo super super. E vino altrettanto: il terreno di origine vulcanica conferisce all’Assyrtiko un carattere minerale ben integrato con note agrumate e acidità pronunciata. Lo considero uno dei migliori vini estivi, da bere nel contesto in cui nasce, con una bella insalata e feta, o con pesce alla griglia, o pesce crudo. Insomma, una vera esperienza di gusto se fatta a Santorini, ma che si deve riproporre anche una volta di ritorno – il che significa, tradotto: comprate bottiglie e mettetele in valigia!

santoriniHo visitato qui qualche cantina: Santo Wines, molto grande e commerciale, Gaia Winery, una chicca di fronte al mare dove assaggiare l’Assyrtiko wild ferment (obbligatorio, poi vi innamorate e ciao!), e Domaine Sigalas. Quest’ultima cantina è quella con le vigne più belle a mio parere. Qui offrono una degustazione completa, tra bianchi, rosati e rossi dell’Isola. Una capatina è consigliatissima (anche solo per selfie con vigna, come mi sono concessa io).

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  1. MALTA

E arriviamo alla mia ultima vacanza, in questa Isola di Vino. Non è nato propriamente come viaggio di vino, bisogna dirlo. Malta è una meraviglia di incastri: influenze arabe, italiane, inglesi, spiagge di sabbia e poi rocce, grotte naturali e calette blu, che più blu non si può. Sono stata fortunata, ad avere una guida d’eccezione e per questo poter esplorare angoli reconditi o meno turistici.

malta isolaHo bevuto un solo vino maltese, tra l’altro sorprendendomi anche della presenza di prodotto locale. Informandomi, ho scoperto che la produzione è davvero minima e che anche la distribuzione locale non è così diffusa. Insomma, lo producono (poco e con difficoltà legate soprattutto al clima caldo e torrido), probabilmente lo bevono a casa loro in famiglia, ma non viene promosso fuori confine. E ben poco sull’Isola stessa. Vitigni autoctoni sono Gellewza e Ghirghentina, di cui non ho avuto esperienza però.

image3Vini e grandi marchi internazionali sono molto presenti invece. Dalla foto si evince che pure qualche bollicina interessante si trova, con dell’ottimo pesce crudo locale. Mentre il vino maltese (dal nome alquanto dubbio in questo preciso momento storico, direi…) era uno chardonnay, molto floreale al naso, scarso di acidità in bocca. Tutto sommato, beverino.

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  1. MADEIRA

Questa è la vacanza che vorrei. Quella da fare, che sto pianificando. Quella ancora da scoprire, a mente e papille gustative apertissime! Da Lisbona a Madeira, tornerò con racconti più precisi. Spero presto!

Quello che so ora è che il Madera è un vino fortificato, nato per caso – reminiscenze dei miei esami WSET. I portoghesi iniziarono a ‘esportare’ il vino dell’Isola verso le Americhe, via mare, trasportato in botti di legno. Si accorsero poi che il calore del sole incideva sulle botti e quindi sul vino, che ossidandosi diventa più buono, o comunque più piacevole. Oggi il Madera è un vino fortificato, al quale si aggiunge alcol per bloccare la fermentazione e produrre un vino dolce e molto alcolico.

Mi rendo conto che questa spiegazione è molto sommaria, non precisa del mondo che esiste dietro queste chicche di vino. Ma aspetto di farne esperienza diretta, e per ora aprirò solo la bottiglia che ho in casa da mesi. Lo studio deve iniziare da qualche parte, si sa!

8 spunti per raccontare il vino

L’espressione ‘educare al vino’ credo sia troppo usata negli ultimi tempi, e anche abusata.

Nessuno vuole essere davvero ‘educato’ a bere una bevanda. Lo fa sembrare qualcosa di noioso, pesante e ricorda la scuola. Diciamocelo, ha un’accezione negativa per natura questa parola, fa venire in mente nozioni e ascolto passivo. A me fa venire in mente la mia maestra delle elementari, bionda cotonata che scrive col gesso sulla lavagna nera. Per dire…

Quando mi trovo di fronte a una bottiglia di vino, vorrei capire cosa c’è al di là della bottiglia stessa. Quando mi chiedono di un vino, vorrei riuscire a raccontarlo, non pretendo di educare nessuno. Ma solo condividendo una storia, una bevuta, un bel piatto e tante chiacchiere.

Quando bevo una buona bottiglia cerco di capire se è buona per me, per il mio gusto e non sopporto davvero chi descrive il vino come se fosse qualcosa di scomponibile in frutti, sentori predefiniti. Certo, a volte è necessario essere tecnici, e precisi. Soprattutto nel mio lavoro. E allora la teoria serve, aiuta. L’essere ‘educati’ al vino forse è la base, ma da cui partire per trovare le proprie interpretazioni e le proprie emozioni di fronte a un bicchiere. Magari accompagnato da cibo, e auspicabilmente bevuto in buona compagnia.

image4Ecco i miei spunti!

Personali – perché li utilizzo anche durante la formazione alla forza vendita che faccio per lavoro. Per cui scriverli qua diventa anche una lista, un promemoria personale.

Alcuni di questi poi nascono da riflessioni avvenute dopo aver partecipato al Wine2Wine – Business e Formazione, a Verona a fine anno scorso. Mi è capitato da poco di riprendere tra le mani appunti e rileggerne i contenuti…di grande utilità!

  1. Partiamo dal territorio: dove il vino nasce e dalle caratteristiche del contesto che lo influenzano. Il vino nasce in vigna, dove la terra, poi la pianta, poi mani esperte se ne prendono cura prima di arrivare in cantina.
  2. Raccontiamo la storia di chi produce quel vino, come lo fa e scoprendone gli aneddoti. A volte siamo talmente fortunati da incontrare o visitare i produttori stessi, e allora chiediamo e andiamo a fondo. Bere il loro vino dopo aver fatto esperienza di persone e luoghi, aggiungerà un sapore speciale.
  3. Raccontiamo storie, ma cercando di emozionare. A volte basta la vostra personalità, il vostro sorriso o semplicemente la passione che ci mettete. Chi vi ascolta lo capisce. Chi vi ascolta vuole emozioni.
  4. Fate in modo che chi vi ascolta possa sentire e vedere quello che sentite e vedete voi nel vino, la verità che state raccontando. Perché di qualcosa di vero si deve trattare, se no non funziona. Le connessioni personali aiutano sempre: a volte si chiama empatia, a volte fiducia.
  5. Quando degustate il vino, o lo bevete, cercate di capire cosa sentite voi nel bicchiere. Se tutti dicono di avvertire sentori di ciliegia, e voi no…probabilmente il vostro gusto è diverso. Non c’è nulla di sbagliato. Il vino è una questione di gusto! Se tutti bevessimo la stessa cosa, sarebbe un mondo molto triste. Ah! Se a tutti piace e a voi no, va bene lo stesso. Berrete altro!
  6. L’etichetta è molto importante, l’immagine è tutto secondo me quando non sai nulla di un vino. Io non sceglierei mai un vino con un’immagine che non mi convince (o forse sì, perché sono estremamente curiosa di capire…ma il mio è un caso patologico!). L’etichetta ha quasi sempre una storia da raccontare anche lei, guardandola già dovresti immaginare i profumi e i sapori che sentirai. Leggendola dovresti avere le prime informazioni di base: chi e dove lo produce, come lo abbino questo vino?
  7. Per raccontare un vino, spesso e volentieri, bisognerebbe poterlo bere con il giusto cibo abbinato. Cibo tipico dell’area di produzione. È la sua tradizione, la sua storia, il suo abbinamento. I contadini hanno sempre prodotto vino per abbinarlo al pranzo o alla cena. Il vino è convivialità e condivisione. L’esperienza della bevuta acquista così caratteristiche tipiche e diverse. Nota a parte – per lavoro tento di vendere Sangiovese di Romagna in giro per il mondo. Vi assicuro che avere una piadina e tre fette di salame mentre ne parlo, AIUTA MOLTO!
  8. l vino raccontatelo a chi volete voi, a chi se lo merita, a chi è curioso. A chi si merita di fare questa esperienza con voi e con le bottiglie che avete scelto

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Bollicine, queste (s)conosciute

Non credevo di avere il palato per bere bolle, mai stata una grande estimatrice…ma poi ho cambiato idea, ora sì! Lo sono!

Sarà la curiosità di uno stile poco esplorato, sarà che quando te le raccontano bene, quando le occasioni sono quelle giuste, quando c’è chi si impegna per crearle le occasioni, quando le bolle sono quelle buone…ecco, allora è lì che le scoperte sono meraviglia, rivelazioni e ricordi.

Ricordi. Non è una parola a caso. Ci sono vini che si ricordano, sempre. Si impara il nome, il gusto rimane in bocca e in testa. Si ricorda il momento, se ne ricerca la storia (su questo, credo di essere maniacale io). Da qualche mese, ricordo le bollicine! Ne ho bevute molte (o comunque più del solito), di conosciute ma soprattutto di nuove. Dai brand più famosi, alle etichette inaspettate.

Che dire? Un incontro inaspettato, rivelazioni e bollicine. Di seguito i RICORDI migliori (e non).

image1 (3)Dimenticavo di precisare che qui parlando di bollicine mi riferisco al metodo classico (o Champenoise, da Champagne!), in cui la rifermentazione del vino avviene in bottiglia con un periodo di riposo sui lieviti. La presa di spuma è più lenta e regala bolle più eleganti e fini rispetto agli spumanti ottenuti con metodo charmat (di cui esempio più conosciuto è il Prosecco).

Tre bottiglie, tre brand importanti, due francesi e una italiana. Era una serata diventata impegnativa, e forse per questo, forse perché mi mancava una full immersion così…ma io ricordo solo il Ferrari! Anche perché le dimensioni, per quanto se ne dica, contano! Magnum di Perlè Trento DOC 2009: Chardonnay 100%, affinato sui lieviti per 5 anni. Metodo Classico elegante, con perlage (bolle) fini e persistenti. La bocca rimane vellutata, fruttata ma matura. Io ricordo il sapore di lievito, crosta di pane e mandorla, leggera punta amarognola sul finire che ci sta sempre.

image1Mi tocca un ulteriore applauso all’Italia, zona Pavia, con Monsupello Nature (a me sconosciuto prima d’ora). Pinot Nero pas dosé (dosaggio zero, vale a dire no zuccheri aggiunti – secco!). Cosa ricordo di questo vino? Il perlage morbidissimo, rotondo, fine. Il retrogusto lungo e amaro, l’acidità non pungente, la struttura equilibrata. Da provare! Da bere di nuovo.

image3E ora la Francia. Grandi, grandissimi champagne. Qui Taittinger: produttore e marchio tra i più importanti e famosi dello Champagne, con sede a Reims. Non solo assaggiato, ma anche bevuto in abbinamento a ostriche questo Comtes di Champagne, Blanc de Blancs 2006 (di cui parlavo già nel post precedente, ricordi?). Come se fosse ieri: eleganza indescrivibile e cremosità burrosa (si può dire?!). Cuveé di chardonnay, complesso ma con un’acidità perfettamente integrata e non esplicita. Minerale e facilissimo da amare perdutamente. Mi ripeto, ma è così!

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Dulcis in fundo: Taittinger Champagne Les Folies de la Marquetterie. Le bolle, quelle sconosciute che vuoi che diventino conosciutissime…

Il nome deriva dallo Château de la Marquetterie, dove la famiglia Taittinger iniziò l’attività produttiva in Champagne. Les Folies è il nome del vigneto singolo da cui derivano le uve. Maggior parte Pinot Noir, unito allo Chardonnay che rimane in affinamento 5 anni sui lieviti per regalare una sensazione piena, vellutata in bocca. E qui, le note degustative me le sono appuntate! Profumo intenso, fruttato con note di brioches e vaniglia. Nella mia bocca, sa di pera, pesca, crosta di pane, in una ricchezza piena e complessità molto bilanciate. Bolla morbida, non aggressiva e lunga. Io non ci mangerei niente con questo vino, da degustare godendone! Inoltre, io trovo il packaging azzeccatissimo! O mi sbaglio?

Poi, ci sono bolle che bevi. Ma non ricordi. Zero. Nonostante i grandi nomi e le etichette conosciute. Tipo questa bottiglia di Cà del Bosco Dosage Zero Noir 2007. Ricordo molto bene quando e con chi l’ho bevuta, ma non ho gusti in mente. E allora voglio dire…andrà ribevuta! Un duro lavoro…

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Un’esperienza di gusto a Stoccolma!

A Stoccolma, in una stanza privata del Bardot Restaurang, una bella rappresentanza del mondo del vino si riunisce per un’esperienza di gusto molto intensa. Momenti tra i più interessanti e speciali del mio lavoro: non solo viaggiare, ma incontrare altri produttori, giornalisti e winelover, condividere idee, punti di vista e commenti su vini a volte poco conosciuti. Ognuno un esperto della propria parte di mondo, ognuno appassionato di una terra o del frutto della terra che sta rappresentando. Ognuno viaggiante, con una storia, un’attività appena iniziata o seguita da una vita. Così succede che il lavoro si trasforma in una serata piacevole, come essere tra amici.

Il vino è un prodotto fantastico: unisce le persone, parla di un territorio e della sua storia, ma soprattutto regala esperienze uniche, storiche e di ‘bontà’. Questo è vero in particolare quando si ha la possibilità di degustarlo in abbinamento con ottimi piatti.

Quando la cucina svedese locale, ingredienti tipici che spaziano dal pesce alla carne, incontrano interpretazioni di vino da diverse parti del mondo, nasce una winemakers dinner da ricordare. Sei portate e nove vini, sette produttori che hanno presentato la serata per trovare l’accoppiata perfetta. Una di questi produttori (unica donna, importante sottolinearlo) ero io! Qui il mio racconto, tra parole e sensazioni, con foto dei piatti e non dei vini…per una volta, cibo!

image1Un’apertura di serata perfetta, con bollicine di Champagne Taittinger, Comtes de Champage Brut Blanc de Blancs 2006, e ostriche. Ora, le ostriche non sono esattamente il mio pesce (mollusco) preferito, anzi la consistenza scivolosa mi fa quasi paura. Ma la curiosità è sempre più forte di me, per cui ho spremuto un mezzo limone sopra la più piccola del piatto, e via! L’abbinamento con la bolla: eccellente. Di certo non è una bollicina qualunque. Cuvée speciale, perlage di un’eleganza indescrivibile e cremoso (quasi burroso). Uno chardonnay complesso, ma elegante, con un’acidità perfettamente integrata e non esplicita. Una punta di mineralità che accompagna la salinità dell’ostrica in modo splendido. Io adoro i blanc de blancs, questo è facilissimo da amare perdutamente.

image2Prima portata a base di carpaccio di tonno yellow tail (tagliato finissimo, un foglio!) marinato con agrumi e jalapeño. In abbinamento: Calles Riesling 2015 Bernhard Mehrlein. Dalla Germania con furore, un riesling secco, molto aromatico con note spiccate di pera, mela e agrumi che si sposa molto bene con la marinatura del pesce. Bene, ma non benissimo.

image3Seconda portata, la mia preferita della serata (che se la gioca col piatto finale): tartare di manzo con parmigiano e tartufo nero. La carne si è sciolta in bocca, il parmigiano pure! Vino in abbinamento dalla Nuova Zelanda: Villa Maria Selezione Pinot Nero 2014. Un blend speciale, da vigneti di Awatere e Wairau Valleys nella zona di Marlborough, che rispecchia questa terra intensa e matura. Esplosione di frutti rossi, ciliegie mature e prugne, ricco ed elegante, speziato come la tipicità kiwi impone. Qui bene, benissimo, da urlo!

image4Arriviamo al merluzzo al burro bianco con salsa (non identificata esattamente) a base di uova di pesce. Un po’ scarico il gusto del piatto, e qui in abbinamento due vini, due stili di Chardonnay: Billaud-Simon Chablis 1er Cru Montee de Tonnerre 2013 e Cambria Benchbreak Chardonnay 2014. Francia e America-California a confronto sullo stesso vitigno, ma con due stili completamente diversi. Momento stimolante e interessante, per capire il mio gusto e quello dei miei compagni di esperienza. Per me vince la Francia qui!

Lo Chablis è ricco (in tutti i sensi), una produzione limitata di chardonnay cremoso e opulento ma con un palato fresco e acidità ben bilanciata, una punta speziata e un finale lungo. Dalla California invece, uno chardonnay legnoso, ricco e leggermente pesante al mio palato. Fresco sul finire, ma lo preferirei come calice senza nulla in abbinamento – il corpo e la complessità lo rendono un ‘pasto’ completo.

image5Ecco la quinta portata, in cui la Romagna ha stravinto (a confronto con l’Austria). Lo so, sono di parte…ma ho delle motivazioni a riguardo! Cote de Boeuf con salsa bernese, verdure in graten e insalata. Ero talmente piena a questo punto che non so nemmeno come ho fatto a finire la carne. Un unico ricordo: Il Nespoli sangiovese superiore riserva 2013. Immenso al naso, elegante in bocca. Un esempio di sangiovese di Romagna puro, secco ma equilibrato, morbido e con una lunghezza speziata. Il secondo vino in abbinamento ha avuto meno fortuna, peccando di una certa giovinezza purtroppo. Dall’Austria, Zweigelt di Sepp Moser che doveva essere una riserva, ma non lo era. Molto fruttato, corposo ma con un’acidità pungente e corta. Una bevuta più adatta a un piatto a base di pomodoro e formaggio probabilmente. Quindi il match non è riuscito qui, ma da riprovare. Anche perché conosco poco il vitigno, quindi la curiosità mi perseguita.

image7Per chiudere in bellezza, mi trovo davanti a una portata che non mi aspettavo. È comune servire formaggi come dessert, soprattutto nel Nord Europa. Quindi mi aspettavo pezzi spessi e puzzolenti. In realtà, piacevolmente sorpresa da un piatto leggero, gustoso e soffice! Fette sottilissime di formaggio, non troppo saporito, con nocciole e un filo di miele. Buono! Due vini anche in questo caso, e chiudiamo con L’Austria che si rifà alla grande. Due stili di Gruner Veltliner, il re dei vitigni bianchi austriaci. Uno più secco e aromatico, mentre il secondo sempre aromatico, ma dolce con note accentuate di pesca, frutta tropicale, miele e mandorle dolci. Mai stata una fan di vini da dessert, ma qui l’abbinamento è impeccabile.

image6E ci si alza da tavola, pieni e un pò brilli. Ma con la sensazione di aver ‘viaggiato’ in diversi paesi e ‘assaggiato’ le storie di nuovi amici, accomunati da una passione: il vino, e il buon cibo. Un esperienza di gusto e di vita. E anche stasera, qualcosa abbiamo imparato!

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A volte ritornano…

In questo caso torno io, i miei pensieri, viaggi e vini soprattutto. La mia voglia di raccontare e raccontarmi, di ricordare esperienze e studiarle, condividendole.

Son passati anni, per l’esattezza più di due, di grandi (troppi) cambiamenti. Una sola certezza, che preferisco chiamare passione, rimane: vivere di vino, in tutti i sensi.

Tempo ne è passato, così come le idee su questo spazio lasciato qui da una parte con il proposito di riprenderlo e rifarlo mio – e di chi mi legge. Comincia un nuovo anno, con tante piccole e grandi novità. Ricomincia anche la mia voglia di condividere. Spero con costanza, spero con energia, spero con passione.

Non vivo più a Londra, sono tornata ‘italiana’ o meglio romagnola. Ora, oltre che inglese, sono anche un po’ irlandese, svedese, canadese e islandese…e poi chissà!

Vivo ancora di vino, ma anche di esperienze nuove: città, viaggi, luoghi di cibo e di persone. Vivo di tutto quello che posso vedere, scoprire, annusare e gustare.

Il viaggio e la curiosità sono costanti della mia vita, e del mio lavoro. È una continua ricerca, per crescere e imparare. Sempre.

Ricomincio!

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Al gusto Riesling – parte 2

Ascolto i Coldplay in albergo a Oslo. Ultima sera del mio secondo viaggio qui questo mese. La prima volta, proprio in giro per la Norvegia, avevo scoperto un Riesling neozelandese e ora mi sembra il momento giusto per raccontarvelo.

Ricordi il mio post sul Riesling tedesco? Ecco, ora si parla di Nuova Zelanda. Dall’altra parte del mondo, dove si produce comunque vino e anche questo vitigno straordinario. Il vino più conosciuto di quest’isola è probabilmente il Sauvignon Blanc – prodotto nella zona di Marlborough. Il migliore al mondo per molti esperti e critici. Ma anche il Riesling sta ottenendo grandi risultati, soprattutto nella zona di Nelson. Ho trovato questa utilissima mappa delle zone vinicole, più easy capire di cosa sto parlando:

Map New Zealand

Map New Zealand

Lo stile del Riesling cambia.Ed è sempre affascinate assaggiare e capire come uno stesso vitigno può avere risultati diversi e adattarsi alle caratteristiche delle zone in cui è coltivato. La bellezza del mondo del vino: vario e infinito nelle sue sfumature, da scoprire con curiosità e voglia di trattenere sapori diversi per saperli poi associare ai vari paesi.

Seifried Nelson Riesling 2013

Seifried – Nelson Riesling 2013

Questo è stato un ottimo esempio di Riesling coltivato nella regione di Nelson. Il clima non è come quello della Mosella in Germania. E allora da dove viene la sua mineralità? Dal suolo! I vigneti crescono su terreno estremamente roccioso, in cui il livello di acqua e nutrienti è basso. Queste condizioni fanno sì che la quantità di uve prodotte sia basso e quindi la concentrazione di sapori e aromi è maggiore. E’ un vino molto aromatico e fruttato, in cui si percepisce quella nota di petrolio che subito fanno pensare al Riesling, insieme a lime e acidità minerale ben bilanciata. Io lo amo!!

E amo anche viaggiare per la Norvegia, capitare a Alesund – in mezzo a un fiordo – e scoprire vini della Nuova Zelanda. Il mio naso, la mia bocca e i miei sensi ringraziano ogni volta! E i miei occhi per questo:

Alesund - Norway

Alesund – Norway

Vino e…barba!

Volavo settimana scorsa, tra una città e l’altra della Norvegia. E leggevo. Si sa, quando viaggi fai scorta di magazine e giornali di lifestyle per darti un tono. Poi finisci a leggere quelli di carta riciclata che distribuiscono gratuitamente in metro. Un classico! E fu così, leggendo The Shortlist, mi imbatto in un articolo intitolato così:

Vino e barba

How big is yours?

Curioso no? Il trend della barba è così diffuso che la virilità si misura su questa, invece che su altro…ehm. Moda hipster, ma anche stile di vita. Sta di fatto che l’uomo barbuto è il nuovo sex symbol. Sono un po’ di parte devo ammettere, perchè ho un personale debole per la barba. Faccio parte di quella schiera di persone che sono state influenzate da questo trend evidentemente. E allora ho iniziato a pensare. E qui bisogna fare attenzione! Perchè quando viaggi hai un sacco di tempo, soprattutto se devi fare scali con aerei…e allora ok, un po’ lavori, un po’ leggi, un po’ scarichi email, un po’ ascolti musica, un po’ grazie al cielo esiste WhatsApp. Ma soprattutto pensi! E lì è nato il pensiero di un’etichetta di vino con la barba.

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A Torino ad ogni barba un buon vino – averelabarba.it

Ho iniziato a pensare se al posto di immagini di donne, o pin up, o tacchi e i soliti riferimenti femminili, ci fosse un uomino barbuto? Non so se funzionerebbe ma attirerebbe attenzione senza dubbio. Non è un’immagine sessuale, ma secondo l’articolo che ho letto, potrebbe contenere sfumature e significati profondi che legano con quella sfera, in qualche modo. Sta di fatto che non ho trovato etichette con la barba, esistenti dico. Bisognerebbe crearla e fare la famosa ‘prova di commutazione’ come insegna la Cosenza nel suo blog Disambiguando (leggete Pubblicità, sessismo e prova di commutazione). Ok, qui non si tratta di pubblicità, ma un’etichetta di vino sempre comunicazione è. E molto importante anche. Quindi mettiamo un uomo (barbuto in questo caso) al posta della donna e vediamo l’effetto che fa!

Ho anche pensato che forse associare vino – alimento – all’immagine di uomo rude e con peli in faccia – sinonimo di poca cura in generale (non per me che la amo sia ben chiaro) – non sarebbe l’idea migliore del mondo. Peli e vino…mmmm

Beh, ecco volevo renderti partecipe di queste riflessioni, sperando di ricevere commenti a riguardo!! E a proposito di articoli sul vino un pò ‘strani’ e che esplorano sensi e gusti diversi, ti segnalo questo Why Some Wine Smells like a Farmyard – letto recentemente e scritto dall mia wine guru. Buon lettura!

Al gusto Riesling – parte 1

Ho la fortuna di avere una cara e competente amica che nella vita fa uno di quei lavori che è anche sulla mia ‘to do list’: compra vino – per un grande distributore inglese. Si occupa di vini tedeschi e austriaci, tra cui uno dei miei bianchi preferiti: il Riesling. Ci siamo ritrovate in fiera a Londra e non potevo perdere l’occasione per degustarne qualcuno, guidata dai suoi racconti di viaggio tra le varie cantine. Luoghi, persone e vino, sta tutto qui!

Christine, me and the riesling tatoo

Christine, me and the riesling tatoo

La classificazione dei vini tedeschi era parte integrante del mio esame di teoria al WSET, quindi sono ferratissima. Ti tocca la sfilza di nozioni ora. Ma è per il tuo bene. Innazitutto, qui sotto trovi una mappa delle regioni vinicole tedesche (pescata qui – blog Enoneoneno). Quelle che mi interessano in questo post sono: Mosella, color arancione, e Pzalz, viola scuro, quindi la parte sud-occidentale. La Mosella è una zona che gode di reputazione storica, soprattutto per vino di altà qualità. Il Riesling che si produce qui è tipicamente leggero, non tanto alcolico, con una acidità molto alta ma bilanciata da un buon residuo zuccherino. Pfalz è invece la regione più secca della Germania e ciò significa anche la più calda. Questo vitigno bianco è, anche in quest’area, il più piantato e produce vini corposi, più ricchi in alcool e zucchero.

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Le regioni vinicole in Germania

Per quanto riguarda la classificazione, i vini tedeschi di qualità si suddividono in:

  • Qualitätswein, prodotti in una delle 13 regioni designate, poi indicata sull’etichetta
  • Prädikatswein, denominazione che garantisce un’alta qualità. Prevede che venda indicato sull’etichetta il Prädikat, il livello di maturazione delle uve con cui è stato prodotto il vino. Da secco a molto dolce: per intenderci delinea lo stile e sai cosa aspettarti prima di berlo.

Quindi se ti trovi davanti a una bottiglia di Riesling, leggi l’etichetta e vedi di ritrovare una delle paroline che ti elenco qui sotto. I Prädikat appunto sono:

  • Kabinett > vino delicato, leggero, con acidità ben presente e spesso bilanciato con buon residuo zuccherino. Vai di aperitivo!
  • Spätlese > significa ‘vendemmia tardiva’, Riesling con sapori più concentrati, non solo agrumi, ma anche pesca e albicocca. Qualcosa in più insomma.
  • Auslese > vini prodotti selezionando a mano i grappoli più maturi, durante la vendemmia tardiva. Questa categoria è una delle più prestigiose per i vini secchi. Ma esistono anche stili più dolci e spesso provengono da uve affette da botrytis, una muffa che conferisce al vino aromaticità e dolcezza. Si sale!
  • Beerenauslese > vino raro (e costoso di solito) che sa di miele, marmellata e bello corposo. Proviene da uve selezionate e contagiate da botrytis. Un Riesling complesso, dolce ma con note anche rinfrescanti. Per viziarsi un po’!
  • Eiswein > quello che gli inglesi chiamano IceWine. Un vino che proviene da uve lasciate sulla vite molto a lungo, fino al periodo invernale in modo che possano congelare. L’uva, molto matura e ghiacciata, viene pressata ottenendo un liquido ricco di zuccheri ma anche di aromi naturali. Riesling ricco, concentrato e cremoso!
  • Trockenbeerenauslese > non è una parolaccia. E sì! ci ho messo 10 minuti a scriverlo correttamente…E’ un vino dolce, da dessert, prodotto in piccole quantità. Solo nelle annate migliori tra l’altro, quindi molto raro, speciale e costoso. Ha residui zuccherini molto alti ma di solito sempre bilanciati da una buona acidità.

Dopo tutta questa teoria, passiamo alla pratica! Ho assaggiato tre vini, che vi racconterò volentieri. Il primo è questo:

Riesling trocken

Naegele Fass No. 98 Riesling Trocken 2013, Pfalz

Trocken significa secco. E proviene dalla regione Pfalz, che produce i migliori Rieslieng secchi in Germania. E’ un vino aromatico, anche se al naso non sembra, ma poi esplode in bocca: lime, agrumi e mele. Secondo me è perfetto come aperitivo. La cantina Naegele nasce nel 1796, più di due secoli di storia e tradizione legata al vino. Ora sono Eva e Ralf, settimana generazione di enologi, che guidano i giochi in cantina.

Poi sono passata alla Mosella:

Mosel 2008

Max Ferd Richter Veldenzer Elisenberg Riesling Kabinett 2008, Mosel

Molto minerale, aromatico, fruttato anche. Super bilanciato tra acidità e mineralità. Dal 1680 che la cantina Max Ferd Richter produce Riesling nella Mosella, anche qui tradizione che si tramanda e racconta una storia centenaria su come fare vino in famiglia. Affascinante quanto buono!

Ultima perla dalla Mosella:

Beerenauslese

Von Alten Reben Riesling Beerenauslese 2010, Mosel

Prodotto in piccolissime quantità in una cantina che sembra un’abitazione normale, sperduta nella campagne della Mosella. Il vino è dolce ma bilanciato, con note che sanno di miele e albicocca matura. ‘Abbraccia’ la bocca quasi e lascia una sensazione di dolcezza che non da fastidio, anzi ti viene voglia di berne un altro bicchiere!

Questo è stato il mio ‘viaggio’ in Germania. Ma presto vi racconterò anche la seconda parte: un viaggio in Norvegia per scoprire Riesling neo zelandesi…tutto un programma!

Fenomenologia del gin tonic

Mi sono accorta che l’argomento ‘gin tonic’ su Facebook scatena sempre un certo interesse. E allora quale post più appropriato per il weekend alle porte?! Soprattutto in Italy dove è già iniziato questa settimana…beati voi! Tutti sanno cos’è o come si fa un gin tonic, ma pochi ne conoscono la fenomenologia…ve la spiego io.

Gin tonic and fresh lime

Gin tonic and fresh lime

Ho sempre poco apprezzato il Gin, fino a quando non mi sono trovata a una degustazione di spirits, qui a Londra. Unica winelover circondata da ragazze inglesi dedite al Gin. E mi sono detta – perchè?? – e poi subito dopo – devo saperne di più. Come accade spesso, qualcosa non ci piace perchè ignoriamo tutto di questa cosa. Beh, ora sono anche una Gin Tonic lover, rigorosamente con fresh lime s’intende.

Il Gin è un superalcolico ottenuto dalla fermentazioni di cereali (frumento, orzo) e poi aromatizzato con bacche di ginepro, che danno quel gusto e profumo tipico. Si consuma generalmente nei cocktails, vedi il Gin Tonic, il più classico. Ci sono varianti infinite, ti basterà girare qualche bar di Londra. Ma non sono ancora una barmaid, per cui non mi addentro. Solo una cosa devo dire, stasera ne ho provato uno davvero buono ‘Let’s talk about passion’. Ecco questo è il nome del cocktail. Gin, passion fruit, fresh rasberries, pineapple and lime. Se ti piace il gusto fruttato e fresco, questo è ideale! Il gin c’è ma non si sente, quindi poca spesa e molta resa…lo trovi da Sketch a Mayfair.

Lo consiglio, il gin tonic, anche con abbinamenti un pò azzardati, come piace a me insomma! Ecco secondo me può accompagnare, o almeno aprire, una bella cenetta indiana…più lime meno gin in questo caso. Qui ero da Dishoom a Shoreditch:

Gin tonic and Indian Food

Gin tonic and Indian Food

Ultimo cosa, ci sono tanti diversi tipi di Gin. Tra i più famosi e adatti per cocktails, il Tanqueray. La variente London Dry Gin contiene ginepro ma anche coriandolo, radici di angelica e liquorizia. Bello speziato insomma. Il mio preferito è però Hendrick’s Gin:

Hendrick Gin

Hendrick Gin

Allora, già vedendo il loro sito ti innamori e compri, assicurato! Comunicazione, grafica, branding e etichetta, tutto coerente e coinvolgente. Ma a parte questo, è un Gin scozzese in cui oltre al ginepro, per aromatizzare viene utilizzato il cetriolo e petali di rosa. Per un mix particolare e unico. “No other gin tastes like Hendrick’s because no other gin is made like Hendrick’s” cit. da A Gin made oddly.

E qui si può fare un’eccezione: Gin, acqua tonica e, al posto del fresh lime, fettina di cetriolo! Buon weekend a tutti.

Romagna, sangiovese e…sashimi!

Un italiana, due francesi e un giapponese si incontrano in un ristorante giapponese, ma gestito da un inglese. A Londra. No, non è l’inizio di una barzelletta! E’ successo oggi, a pranzo. Perchè gli incontri di lavoro più belli e significativi si fanno davanti a dell’ottimo cibo con le persone giuste. E’ sempre così.

Cosa facevamo lì? Semplice, piazzare vino, o sake, a seconda dei casi. Ecco del sake non so molto devo ammetterlo. Quello che ho scoperto oggi è che questa bevanda giapponese deriva dal riso fermentato, a cui viene aggiunto alcool. L’acqua, la sua qualità o durezza, sembra essere una componente molto importante, che caratterizza poi il prodotto finale. Molti definiscono il sake come ‘vino di riso’. Non è bellissimo? Poi ho scoperto anche un’altra cosa, il sake non è proprio la mia bevanda preferita…

Sake

Sake

Si inizia con una bottiglia di vino francese, che ancora non è sul mercato inglese. Anzi, è proprio un prodotto appena lanciato dalla cantina che lo produce, quindi noi siamo stati i tester! Con una etichetta abbastanza improbabile a mio avviso. Comunque il vino molto buono, 50% cabernet sauvignon da Bordeaux (Médoc) e 50% syrah da Côtes du Rhône. Premesso che ho maturato un odio per la Francia durante il mio corso al Wset, devo però ammettere che tra i pochi vini francesi che mi ricordo con gioia ci sono proprio quelli provenienti dalla Valle del Reno, Côtes du Rhône. Tra cui Syrah e Grenache. Insomma questo vino pur essendo facile da bere, si sposava perfettamente con l’assaggio di sashimi e tartufo che ci hanno servito. Acidità giusta e bello sostenuto. Ha fatto la sua figura!

Sashimi e tartufo

Sashimi e tartufo

Ma la rivelazione è stata il Sangiovese di Romagna abbinato al sashimi, di carne e pesce. Sapevo ovviamente che non poteva deludere! #chetelodicoafa

Sashimi e Sangiovese di Romagna

Sashimi e Sangiovese di Romagna

Questo stile in particolare, fresco, fruttato e con buona acidità compensava benissimo la carne cruda freschissima di tonno, manzo, ma anche branzino e cappesante. Beh sono un pò di parte lo so. Ma non me l’aspettavo nemmeno io, infatti ero pronta col vino bianco in borsa! Ma poi, voglio dire, bisognerà osare a volte? Sperimentare? Trovare alternative anche negli abbinamenti. Basta bere sauvignon blanc e sushi!

E’ andata bene, anche col sushi devo dire. Io amo e adoro il sushi tra l’altro. Mi nutrirei a riso, pesce e alghe tutti i giorni. E amo il Sangiovese. Umami, in quinto gusto, tradizionale anche della cucina giapponese, che si unisce alla più tipica espressione di Romagna. Gemellaggio felice, oggi è andata bene!

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